Pianificazione Strategica - Istruzioni per l'uso - Interviste

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Intervista a Maurizio Carta

Fare pianificazione strategica a Palermo

Intervista a Maurizio Carta, Assessore al piano strategico del Comune di Palermo

Cagliari, 18.02.2011 - a cura di Andrea Aleardi / ReCS

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Maurizio Carta è professore ordinario di Urbanistica presso la Facoltà di Architettura di Palermo, Direttore del Dipartimento Città e Territorio e Pro-Rettore allo sviluppo territoriale dell’Università di Palermo. La sua competenza professionale di esperto lo ha portato ad essere consulente di numerose amministrazioni pubbliche in Italia e advisor in alcune esperienze estere. Nella Giunta palermitana ricopre inoltre le deleghe per il Centro Storico, la Riqualificazione Urbana della Costa e i Rapporti con l'Università.

  • Globalizzazione e nuove complessità hanno richiesto nell’ultimo decennio nuovi approcci nel governo delle città. Da assessore al piano strategico di una città come Palermo come siete arrivati a scegliere questo strumento per affrontare la sfida?
Il primo approccio al piano strategico risale al 2003, in tempi non sospetti rispetto alle maggiori opportunità poi offerte dai fondi Cipe. Forti dell’esperienza degli effetti positivi che il programma Urban ebbe sul centro storico di Palermo decidemmo di fondare una sorta di urban center o laboratorio per le politiche urbane, finanziato dal Ministero per la sua fase iniziale, a cui abbiamo assegnato come prima missione il ruolo di cominciare a mettere in moto un processo di pianificazione strategica, personalmente con la posizione di coordinatore scientifico. Ancora allora se ne parlava poco, non era un percorso di governo della città così consolidato come oggi. Forte del mio ruolo di studioso della pianificazione strategica lo proposi al sindaco che accettò immediatamente di avviare un percorso. Con quale obbiettivo? Innanzitutto di uscire dalla somma delle diverse pianificazioni settoriali che naturalmente Palermo aveva come tante altre città e provare ad individuare quella che potesse essere una visione complessiva della città entro cui reincanalare e indirizzare con maggiore efficacia quello che poteva essere il Piano Regolatore Generale, il Piano del Centro Storico, i piani di settore e già si cominciava a parlare di Piano della Costa. Contemporaneamente veniva bandito dal Ministero delle Infrastrutture il programma innovativo Porti e Stazioni che diventava il primo banco di prova per creare una cornice generale di coerenza e di sviluppo e un avvio di piano strategico poteva servire per poter focalizzare su un progetto specifico la risoluzione di alcuni problemi della città. Immediatamente infatti si associava il Piano Strategico a due grandi processi di trasformazione per due aree ferroviarie dismesse a Palermo, che cominciavano a dare alla città la consistenza della sfida della pianificazione strategica, associando capacità di visione e concretezza di risultati. Poi il sostegno di risorse giunto dalla delibera Cipe ha aiutato e maggiormente convinto a proseguire il processo, anche se ha un po’ modificato quella grande forza volontaria e quel senso di necessità che inevitabilmente accompagna un piano strategico. In questo senso un piano strategico è un’azione dura, non è un’azione soft, costringe a negoziare, ad individuare tempi, procedure, a mettere in campo e talvolta anche a forgiare strumenti specifici. Nella fase attuale abbiamo appena completato il nostro documento finale e lo abbiamo trasmesso alla Regione, in una strana criticità relazionale per cui Regione Sicilia non ha un suo proprio piano strategico e deve invece valutare i piani strategici delle città siciliane, per cui questa è prima di tutto una valutazione metodologica più che una valutazione di merito.
  • Coesione territoriale e pratiche di governance: ritiene possano essere un valore strategico raggiungibile e uno strumento operativo efficace, secondo la vostra esperienza sul campo, rispetto agli strumenti politici e amministrativi ordinari?
Abbiamo associato al piano strategico prima di tutto una forte governance istituzionale: c’è un intenso accordo con la Provincia, che quasi negli stessi anni ha avviato un proprio piano strategico di area vasta – in cui condivide le visioni generali assegnando a Palermo il ruolo di motore e di porta del sistema territoriale –, abbiamo anche avviato un rapporto interessante con altre province e altri sistemi territoriali della Sicilia occidentale proprio per dare a Palermo un ruolo non solo capace di risolvere le proprie criticità e le proprie questioni interne, ma per mettersi a servizio di un sistema più ampio, della piattaforma territoriale così come definita dal Ministero. Oltre a quelle componenti di ascolto del territorio, abbiamo costruito un tavolo di partnerariato economico e sociale ormai molto solido a cui seggono l’Università, la Camera di Commercio, la Confindustria, l’area di sviluppo industriale, l’Autorità Portuale e che progettano di fatto insieme a noi una parte dei programmi attuativi del piano strategico. Tutto il progetto pilota relativo al masterplan è stato fatto da una struttura mista del Comune con l’Autorità Portuale, proprio per non separare le competenze ma lavorare ad un ridisegno complessivo della città, che riaffacciandosi al mare ne utilizza la capacità rigenerativa di valore.
  • Come ritiene abbiano reagito alla crisi gli strumenti per le politiche urbane di medio-lungo termine, in particolare su piano della programmazione?

In alcuni contesti soprattutto del centro nord credo l’impatto sia stato fortissimo, perchè diversi strumenti programmatori sono nati con quella capacità di spinta di un certo modello di sviluppo fortemente alimentato dalla bolla speculativa finanziaria o in alcuni casi dalla bolla immobiliare. Nei contesti del sud, soprattutto su quelli in cui ho lavorato, l’impatto è stato minore perchè nei fatti non utilizzavano quei tipi di leve, né la leva finanziaria né quella fondiaria, erano più piani di riassetto di risorse endogene che piani capaci di intercettare quel grande flusso di capitali e di attenzioni che girava per il pianeta in attesa di potersi localizzare. Paradossalmente oggi questi ambiti geografici soffrono meno la scomparsa di questa forte energia di capitali.
  • Quali le sue valutazioni sul valore dell’appartenenza ad una rete come ReCS e quali in generale le prospettive del fare network tra città?
Io sono un assertore convinto della necessità non solo di fare sistema e mettersi in rete in termini generali, dato che non è sufficiente una rete fatta di nodi se non sanno che cosa fare, ognuno preso nelle proprie specializzazioni. Credo la rete sia più forte quanto più sono specializzate ma condivise le diverse parti e le diverse funzioni. E’ importante costruire reti – e sicuramente la ReCS e altre reti che lavorano per lo sviluppo delle città sono fondamentali –, a patto che non si tratti soltanto di distribuire funzioni e trasmettere buone pratiche (in ogni caso un elemento rilevante) quanto piuttosto capire quanto una rete debba pesare su alcuni tavoli negoziali, su alcuni tavoli istituzionali, sappia riorganizzarsi, sappia adattarsi, piegarsi, diventare più forte, diventare più estesa o più densa e più pesante.


ReCS, marzo 2011 – www.recs.it
 
           
           
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