Pianificazione Strategica - Istruzioni per l'uso - Interviste

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Intervista a Leonardo Domenici

Le città e l’Europa ai tempi della crisi

Intervista a Leonardo Domenici, parlamentare europeo e presidente di Cittalia

Firenze, 28.01.2011 - a cura di Andrea Aleardi / ReCS

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Leonardo Domenici è impegnato come parlamentare europeo prevalentemente su questioni economiche, monetarie e finanziarie oltre che essere membro supplente della commissione affari regionali. L’interesse allo sviluppo delle città e la progettazione strategica rimane non solo per la lunga esperienza passata come sindaco di Firenze e presidente Anci ma anche per l’attuale funzione di presidente di Cittalia, centro studi e ricerche dell’Anci con sede anche a Bruxelles, che rappresenta oggi uno strumento di affaccio sull’Europa, un osservatorio privilegiato e un promotore di innovazione al servizio delle città italiane per le politiche urbane.

  • Scala nazionale, scala regionale, scala urbana: con quale ruolo le città - nella loro particolare complessità e dimensione sociale, culturale ed economica – stanno ridefinendo il proprio posizionamento istituzionale in rapporto all’Europa?
La presenza delle città, soprattutto delle grandi città e delle capitali, è una presenza importante nel quadro dei rapporti istituzionali dell’Unione europea, con proprie forme organizzate come Eurocities, ma si affaccia anche la necessità di rendere ancora più importante il grado, il coinvolgimento, il ruolo dei governi e delle istituzioni locali in un momento in cui sono praticamente esauriti i finanziamenti europei diretti (e attualmente si parla giustamente solo di cofinanziamenti), mentre oggi necessita un protagonismo diretto delle realtà locali per la riconversione di aree urbane, per la realizzazione di edilizia pubblica residenziale, per l’uso di aree dismesse, anche aprendo con i progetti più recenti al coinvolgimento di soggetti privati del territorio, come accade in nord Europa.

Da questo punto di vista va registrato che l’incidenza e la presenza italiana è di minor rilievo, non solo dal punto di vista governativo ma anche dal punto di vista locale; il livello più presente ed organizzato è quello delle regioni per il loro ruolo di snodo istituzionale fondamentale, nel nostro paese, per la possibilità di presentare progetti e gestire finanziamenti da ridistribuire sul territorio.
Un primo punto, che denuncia questi segnali di marginalità, molto delicato ed in discussione da molti anni, è la valutazione del nostro grado di efficienza per il funzionamento dei programmi di finanziamento e sulla capacità di coinvolgimento delle istituzioni di livello locale, a cominciare dai grandi comuni, questione aperta da un dibattito sia a livello europeo che a livello nazionale sull’uso e sulle distorsioni e problemi dei cosiddetti fondi strutturali nelle regioni italiane, almeno per quanto riguarda il passato.
Per correggere queste distorsioni non c’è una sola risposta possibile, ma una delle risposte possibili può consistere nell’attivazione di meccanismi istituzionali che siano in grado di coinvolgere più direttamente le realtà locali, le città – per esempio per la progettazione – e con la possibilità di valorizzare il rapporto diretto tra le città stesse e l’Unione europea, le direzioni generali della Commissione europea e così via, dando loro un ruolo più incisivo e importante, realizzando un coprotagonismo di iniziativa e di presenza istituzionale che sino ad oggi non c’è stato, naturalmente trovando un punto di equilibrio tra i livelli di rappresentanza del governo locale ed i livelli di quello regionale.
Al di là dei ruoli va capito quale meccanismo rende più efficacie ed efficiente l’iniziativa: l’ideale sarebbe avere una forza coalizionale e dei modelli cooperativi sia delle istituzioni pubbliche sia in rapporto con i soggetti privati sul territorio, in grado di esprimere la conoscenza ed i bisogni del territorio stesso ed elaborarne la progettazione, per poi far partire le iniziative ai livelli dovuti alla ricerca delle risorse da poter poi investire.
E’ quindi più che mai necessario conoscere, aggregare, mettere in funzione gli strumenti amministrativi e non solo che siano in grado di recepire tutto questo, oltre che utilizzare al meglio le eventuali risorse che si trovano, evitando distorsioni come le progettazioni finalizzate al solo ottenimento dei finanziamenti, con quadri programmatici deboli su cui poi scontare inevitabili gradi di inefficienza e di screditamento.
E’ un tema questo da riattualizzare proprio verso la Commissione europea e lo stesso Parlamento europeo, con un ruolo evidentemente diverso, per verificare il grado di efficacia e le risultanze che questi progetti messi in campo possono avere.

C’è la sensazione che importanti positive esperienze in diverse parti d’Europa siano state comunque fatte: è importante cercare di stabilire rapporti diretti tra le nostre realtà istituzionali, le regioni, i comuni, le unioni di comuni, le città e le realtà istituzionali di altri paesi per capire a fondo quelle esperienze, quanto sono diverse dalle nostre e quali sono i risultati raggiunti, anche attraverso il lavoro di analisi, di valutazione e di rete delle associazioni delle autonomie locali e altre associazioni come ReCS.
 
  • Come stanno reagendo gli strumenti per le politiche urbane di medio-lungo termine come la pianificazione strategica? Ritiene che si stiano valorizzando queste forme di approccio che costituiscono un volano politico-progettuale per superare le incertezze (e in certi casi esiti decisionali d’urgenza) di breve e brevissimo termine?

Un tema di straordinaria attualità che riguarda non solo le città ma più in generale le strategie di uscita dalla crisi che bisogna mettere in atto, è il tipo di visione che dobbiamo costruire per poter affrontare il futuro, uno degli elementi fondamentali della pianificazione strategica. Bisogna fare una battaglia politica e soprattutto culturale per proporre orizzonti di medio lungo periodo, commisurando le progettazioni strategiche sul territorio e gli investimenti necessari per l’attuazione a queste visioni, sebbene sia una logica ad oggi non ancora davvero compresa e prevalente nell’impostazione delle politiche locali, come peraltro nemmeno a livello governativo.
Ruolo della politica soprattutto nei momenti di crisi dovrebbe essere attuare delle politiche procicliche, non anticicliche. L’assecondamento di quelle che sono le tendenze in atto forse può dare qualche apparente frutto a breve termine, ma poi mette in discussione e ipoteca le scelte future; di conseguenza poi consolida, soprattutto nel nostro paese, quei differenziali tra le nostre realtà e quelle dell’Europa centro-settentrionale, o anche meridionale se si pensa alle trasformazioni di diverse città spagnole negli ultimi decenni.
Le nostre città continuano ad avere una prospettiva di cambiamento, di trasformazione urbana – non importa se positive o negative – legate molto spesso a fattori esogeni o ad eventi straordinari (come il caso di Genova con le Colombiadi, Torino con le Olimpiadi invernali, Milano per l’Expo, Napoli con la candidatura per la Coppa America, o recentemente Roma con la Formula Uno) auspicando che attorno a questo scatti il processo di rinnovamento oltre l’evento, come in effetti in maniera molto positiva è accaduto ed è ancora in corso a Torino. Operazioni che però se non governate in prospettiva spesso lasciano eredità pesantissime, anche dal punto di vista finanziario se non si riesce a dare continuità all’azione intrapresa.
Un’opportunità ma anche un limite insidioso quindi, che difficilmente avviene negli altri paesi europei con la stessa carica di attesa di risoluzione complessiva, quasi taumaturgica, dei problemi urbani che si trova nelle situazioni italiane.

  • La Comunità europea e le comunità dell’Europa: stringersi sui propri territori, focalizzare sulla scala locale, è stata una risposta declinata politicamente in varie forme, quali prospettive e quale visione dell’Europa sta emergendo per il dopo-crisi?

In questi anni il localismo è stato un modo per rispondere alla globalizzazione, di cui ancora oggi continuiamo a viverne l’impatto e la crisi che lo accompagna.
E’ probabile che in questo momento, ponendo la questione in maniera interrogativa dato che questo necessiterebbe di dati di studio ed un serio approfondimento, si percepisca che al localismo inteso nel senso migliore come protagonismo del territorio si stia sostituendo una forma di originale populismo nazionalistico che cambia anche la faccia dei territori. Nel caso del Belgio c’è la rivendicazione di una autonomia di tipo paranazionale che si differenzia dal resto del paese per questioni di carattere culturale e linguistico, non solo economico e sociale. Altrove, come nei piccoli stati di recente adesione all’Unione europea, vediamo che si valorizzano non tanto i territori quanto le identità nazionali o nazionalistiche rispetto a minacce che si presume possano arrivare dall’esterno, atteggiamento recentemente emerso nel caso delle elezioni ungheresi.
Probabilmente queste letture non sono integralmente applicabili ai paesi di maggior tradizione europea, più occidentali nonostante comunque il caso belga, ma molti movimenti xenofobi che avanzano in diversi paesi, come l’Olanda o la Svezia, non si affermano sul localismo quanto più sulla difesa più ampia dell’identità nazionale, non è solo comunitarismo localistico. Per certi aspetti questo è riferibile al processo evolutivo del leghismo nel nostro paese, che non riguarda più solo l’identità di una valle o un territorio molto circoscritto ma di un’area vasta, importante e ricca che come dimensione in termini di PIL fa concorrenza alla Baviera.
La prognosi è delicata: non è più l’autonomismo che rivendica il protagonismo del territorio, inteso come una grande città, come area circoscritta identitaria per cultura, tradizioni, distretti economici, ma diventa qualcosa di più complesso e di preoccupante quando collega politica e forme di populismo che hanno sempre portato a pessimi risultati per le democrazie in Europa e nel mondo.
 
  • Politiche urbane dell’Unione Europea e visione europea delle città: come ha funzionato, come funziona e come ritiene dovrà funzionare questa relazione di interdipendenza tra queste due dimensioni istituzionali, tra le necessità dall’alto - da Bruxelles e Strasburgo - di farsi strumento utile (anche finanziario) alle esigenze dei territori e dal basso - dalle città e dal territorio - di attrezzarsi in maniera cooperativa, interistituzionale, pienamente comunitaria per rispondere alla crisi?

Guardando alle città in rapporto all’Unione europea la sensazione è che ci sia un abbassamento del livello di attenzione e una minore consapevolezza del ruolo che le città stesse devono avere, in una prospettiva di rilancio e di crescita della nostra economia.
Questo è anche legato all’approccio dei governi e in parte anche della Commissione europea nello sviluppo di strategie di uscita dalla crisi, con politiche che puntano sul consolidamento fiscale, sulla riduzione, contenimento e razionalizzazione della spesa, che comportano di conseguenza tagli consistenti, genericamente definite come politiche di austerità. Un approccio che certo lascia meno spazio a possibilità di investimento e quindi di coinvolgimento di quei livelli istituzionali che sono sul territorio, certamente ultimo anello della catena ma il più vicino ai cittadini.
E’ in effetti una contraddizione in quando ad oggi l’Unione europea avrebbe una sua strategia, chiamata 2020 e approvata a Strasburgo lo scorso anno, che prevede indirizzi chiari per lo sviluppo, la crescita, lo sviluppo sostenibile, la formazione, la ricerca ma richiede azioni concrete.
Il terreno su cui invece potrebbero lavorare le nostre città dovrebbe essere di rendere il più possibile la propria progettazione strategica affine e coerente con gli obbiettivi fondamentali della strategia 2020 dell’Unione, nel quadro di programmazione generale, dove le regioni potrebbero avere un ruolo importante di accompagnamento delle realtà locali per offrire ai governi locali un quadro di riferimento all’interno del quale sviluppare progettazioni efficaci e consone agli obbiettivi strategici generali europei.



ReCS, febbraio 2011 – www.recs.it
 
           
           
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