Pianificazione Strategica - Istruzioni per l'uso - Interviste

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Intervista a Ignazio Vinci

I piani strategici nel Mezzogiorno come innovazione per le politiche territoriali

Intervista ad Ignazio Vinci, docente di Urbanistica presso la Facoltà di Ingegneria dell'Università di Palermo
Barletta, 23.09.2011
a cura di Alfredo Esposito / ReCS

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Ignazio Vinci è Ricercatore di Urbanistica all'Università di Palermo dove svolge attività di ricerca presso il Dipartimento di Architettura, occupandosi del fenomeno urbano in Italia ed in Europa, di analisi ed interpretazione di politiche di rigenerazione urbana e sviluppo locale, di innovazione nelle politiche e negli strumenti di governo del territorio. È stato consulente di diverse municipalità ed agenzie pubbliche nella progettazione, accompagnamento e valutazione di piani e programmi per lo sviluppo territoriale.

  • - Pianificazione strategica e crisi. Quali problemi e quali punti di forza si sono riscontrati applicando lo strumento del Piano Strategico? Se e come può aiutare a superare la crisi?
Credo che la crisi economica e la conseguente crisi della finanza pubblica, di cui attualmente cogliamo i lati più estremi e laceranti, apriranno una fase in cui tutti dovremo rivedere profondamente i metodi adottati per decenni nel costruire e gestire le politiche pubbliche a livello urbano. La crisi, infatti, non significherà soltanto trovare nuovi espedienti per mantenere inalterate le dotazioni di servizi cui siamo stati abituati, quanto anche guardare ai temi dello sviluppo territoriale attraverso un nuovo sguardo e soluzioni più innovative. È già accaduto che l’urbanistica e la pianificazione territoriale abbiano trovato spunti di innovazione nei momenti di criticità sociale e credo che l’attuale dibattito sulle smart cities debba essere letto soprattutto come via d’uscita per le città dall’attuale fase di austerity.
In questo quadro di incertezza credo che la domanda di pianificazione strategica, almeno se applicata secondo criteri e principi rigorosi, dovrà trovare spazio ed attenzioni crescenti. Essa costringerà le municipalità a selezionare con maggiore oculatezza gli obiettivi di sviluppo da perseguire sul proprio territorio, evitando le banalizzazioni che talvolta hanno accompagnato tali pratiche nel recente passato. Ciò implica anche una maggiore accortezza nel selezionare quegli attori, pubblici o privati, realmente intenzionati ad investire sullo sviluppo ed i progetti territoriali.
È una visione forse più riduttiva e meno affascinante di quella veicolata dalle prime esperienze di pianificazione strategica in Europa ed in Italia, ma ritengo sia l’unica strada percorribile per garantire dignità scientifica e tecnica agli approcci strategici nella pianificazione territoriale.

  • L’esperienza di pianificazione strategica nel Mezzogiorno ha cambiato l’approccio degli enti locali nella partecipazione a processi di governance territoriale?
Ritengo di sì ma con alcune cautele. I processi di governance territoriale, per definizione, sono processi molto complessi e discontinui. In generale non ha aiutato in questi anni la frammentazione politica-istituzionale e l’emergere di particolarismi (fenomeno del sistema Italia nel suo complesso, ancor prima che meridionale), fenomeni che certo non facilitano le “ricomposizioni” tipiche di una buona governance multilivello. La carenza di leadership locali e di reciproco riconoscimento è uno scoglio difficile da superare quando la posta in gioco è tutta da costruire come nei piani strategici contemporanei, ma non vedo altre strade che una sana cooperazione per alzare le visioni al di sopra del proprio perimetro istituzionale.
Mi risulta che alcuni processi di pianificazione strategica nel Mezzogiorno abbiano lavorato proficuamente a costruire visioni e politiche in grado di superare prospettive municipalistiche e la strutturale separatezza tra pubblico e privato. Credo che per valorizzarne l’eredità dovremmo in primo luogo proseguire l’operazione di conoscenza ed analisi di queste esperienze, consapevoli comunque del fatto che le politiche urbane di successo si costruiscono “caso per caso”, senza per forza nutrire l’ambizione di esportare acriticamente modelli da un contesto ad un altro.

  • Uno dei nodi delle pianificazione strategica del Mezzogiorno è il raccordo con l’area vasta. Nei casi che Lei conosce come si sta affrontando questo punto critico? In quali termini?
Generalmente in maniera abbastanza debole, ma anche qui bisogna fare delle eccezioni. Le città a dire il vero scontano le fragilità di una architettura istituzionale che storicamente in Italia non favorisce la convergenza di progettualità dal basso all’interno di quadri strategici di più alto respiro. Le aree metropolitane dopo decenni di tentativi non sono mai decollate; la riforma del titolo V della Costituzione avviata negli anni novanta ha prodotto risultati inferiori alle aspettative. In un quadro così frammentato, basta l’intraprendenza di sindaci ed amministratori per garantire che le visioni di area vasta trovino collocazione formale all’interno di piani e programmi di livello superiore alle singole città? E che essi siano esenti dalle mutazioni di contesto politico sempre dietro l’angolo? Secondo me no.. Occorrono formule realmente in grado di valorizzare quei “territori di mezzo” che sono la vera linfa del modello di sviluppo italiano. Si tratta di dotarsi di architetture di governo del territorio che funzionino attraverso processi a doppia mandata: regioni e province che siano in grado di fornire indirizzi e politiche ragionevolmente stabili nel tempo; città e sistemi locali che, a partire da quadri strutturali scarni ma riconoscibili, ne alimentino le visioni attraverso contenuti progettuali.
Dalle informazioni in mio possesso, il lavoro più solido in questo senso è stato compiuto in Puglia, dove la Regione ha deciso di ritagliarsi un ruolo più consistente nel governo della pianificazione strategica e con un esplicito pronunciamento a favore dell’area vasta. Ciò nella direzione di allineare e rendere complementari la progettualità emergente dai piani strategici con una serie di politiche territoriali in via di definizione, quali il piano urbanistico regionale o il piano regionale dei trasporti.
I risultati sono parziali e certamente soggetti a valutazioni critiche, ma non vedo altre strade che una sana e strutturata alleanza tra regioni e città per valorizzare il potenziale strategico dei sistemi urbani e territoriali del Mezzogiorno.

  • Quale è il motore dell’esperienza strategica nel Mezzogiorno? Quali le parole chiave: partecipazione, territorio, storia recente, regionalismo, risorse condivise?
Anche in questo caso credo sia necessaria una breve storicizzazione. Le politiche urbane nelle città meridionali hanno vissuto almeno un decennio di grande ottimismo dalla metà degli anni novanta in poi, cui sono seguiti anni in cui qualcosa di quel clima si è rotto per ragioni troppo complesse da richiamare in questa sede. In generale negli ultimi anni si è creato un enorme deficit di fiducia nella capacità delle municipalità di perseguire politiche di sviluppo e processi di rilancio delle aree urbane.
Nelle esperienze che ho personalmente osservato, da ricercatore o consulente di amministrazioni locali, la ricostruzione di un legame più forte tra società civile, classi dirigenti e pubblica amministrazione è parso sin dall’inizio il primo nodo su cui lavorare per dare futuro alla pianificazione strategica. La percezione è che queste risorse di fiducia non fossero del tutto scomparse, ma che potessero essere recuperate attraverso percorsi di partecipazione trasparenti ed orientati ad obiettivi tangibili nel breve periodo. Credo che questa lezione permanga in tutta la sua attualità anche per le prossime sfide della pianificazione strategica.
Una seconda sfida sta a mio avviso nel riuscire a far comprendere l’importanza di una concezione neoregionalistica e policentrica dello sviluppo territoriale. Soprattutto le città di medie e piccole dimensioni dovranno sforzarsi di identificare perimetri di cooperazione per conseguire una massa critica adeguata alle nuove sfide della competitività e della coesione territoriale. Se riusciranno a farlo avranno maggiori chance di valorizzare le proprie specificità economiche e produttive, oltre che a mantenere una qualità dei servizi territoriali in grado di ridurre i divari regionali.

  • Reti e politiche territoriali. Quali ricadute concrete a livello locale ritiene possano valorizzare la condivisione di pratiche di pianificazione e l’appartenenza a reti sovraterritoriali come la ReCS?
La partecipazione attiva ad un rete può contribuire a ridurre il provincialismo e le visioni limitate che municipalismi esasperati o classi dirigenti miopi possono produrre. Oltre questa funzione che potrei definire “educativa”, ritengo di capitale importanza che la rete si faccia portatrice di un progetto di ampio respiro sotto il profilo culturale e istituzionale. Per fare ciò ritengo che qualsiasi rete, e di una rete promotrice della pianificazione strategica in particolare, debba riuscire a collocarsi in maniera autorevole nelle sedi in cui vengono formulate decisioni significative per le città e le politiche urbane.


ReCS, ottobre 2011 – www.recs.it
 
           
           
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